
Secondo il paradigma liberista, il sapere va considerato soltanto come fattore di produzione. Per noi, invece, il sapere non è una merce ma un bene comune, che dalla condivisione accresce e non diminuisce il suo valore. Perciò, intervenire sulla scuola, sulle università e sugli Enti di Ricerca per farli diventare “imprese” significa distruggerli.
Per quanto riguarda la scuola, proponiamo:
1. che sia democratica, laica e pluralista e che non sia soggetta ad alcuna forma di privatizzazione;
2. l’obbligo scolastico a 18 anni;
3. il materiale di studio gratuito;
4. agevolazioni per le fasce sociali più deboli;
5. una qualità dell’insegnamento assicurata da corsi annuali di aggiornamento professionale per la docenza;
6. incentivi alle famiglie disagiate con reddito ISEE inferiore ai 20.000 euro annuali;
7. borse di studio provinciali per garantire il diritto allo studio a tutte e tutti;
8. una riforma complessiva della scuola secondaria, con un biennio iniziale unificato;
9. un piano straordinario per realizzare nuove strutture e per la ristrutturazione di quelle esistenti;
10. una copertura di spesa che per la prima volta sposti risorse dalla difesa all’istruzione e recuperi fondi dalla lotta all’evasione.
Per quanto riguarda l’università, proponiamo:
1. risorse adeguate, almeno al livello della media europea, sia come finanziamento che come personale.
2. un effettivo sostegno al diritto allo studio (borse di studio, alloggi, mense, trasporti, biblioteche ecc.);
3. che sia ristabilito l’accesso aperto alle Università pubbliche, senza numero chiuso;
4. per legge il principio del tempo pieno per i docenti a tutti i livelli, affinché si possano dedicare esclusivamente alla ricerca ed alla didattica;
5. la libertà di insegnamento e di ricerca ai docenti (nessun condizionamento, più strutture e finanziamenti);
6. la trasformazione del meccanismo del reclutamento, mediante concorso (art. 97 Costituzione), con più trasparenza, e che dia accesso a posizioni a tempo indeterminato;
7. un efficiente sistema di autovalutazione da parte della comunità scientifica;
8. di una razionalizzazione dell’esistente (eliminazione di micro-atenei, sedi distaccate e centri di ricerca fantasma);
9. la difesa dell’unitarietà del sapere, attraverso lo sviluppo dell’interdisciplinarietà;
10. di combattere la autonomia selvaggia dei singoli atenei che, sotto la spinta ad una innaturale concorrenza di tipo mercantilistico, sta compromettendo nei fatti il valore legale del titolo di studio.
VI CONGRESSO
NAZIONALE
DEL
PARTITO dei
COMUNISTI ITALIANI
Rimini, 28-29-30 ottobre
www.pdci.it – www.comunistiitaliani-ferrara.it www.fgcife.wordpress.com

Negli ultimi 15 anni c’è stato un gigantesco spostamento di reddito dai salari ai profitti. Tra il 1999 e il 2009 la crescita complessiva è stata appena del 5,5% ( i paesi dell’area euro crescevano in media del 13,5%), mentre i profitti aumentavano: dal 1983 al 2005 i lavoratori hanno perso otto punti percentuali di reddito, andati ai maggiori profitti, che infatti sono saliti dal 23% al 31%.
L’Italia è agli ultimi posti in Europa per livelli di salari, stipendi, redditi e pensioni. Oltre 5 milioni di famiglie sono al di sotto della soglia di povertà. Il 46,5% dei 16,2 milioni di pensionati italiani (7,7 milioni di persone) ha redditi da pensione per meno di 1.000 euro. Il 14,7% (2,4 milioni) dei pensionati ha redditi inferiori a 500 euro. I lavoratori in nero sono circa 3 milioni, in gran parte lavoratori dipendenti.
Noi proponiamo:
1. Politiche di intervento pubblico nell’economia che preveda la produzione pubblica di beni collettivi, dalla ricerca, alla salvaguardia dell’ambiente, alla pianificazione del territorio (da sottrarre alla speculazione), alla mobilità sostenibile, alla cura delle persone; un polo pubblico del credito, attraverso la proprietà o il controllo delle banche di rilievo strategico.
2. Politiche fiscali che contrastino evasione ed elusione, si basino sul principio della progressività dell’imposizione e spostino i carichi fiscali dal lavoro ai guadagni di capitale ed alle rendite.
3. Una legislazione del lavoro che contrasti la precarietà, e quindi abroghi la legge 30; il rilancio del percorso di stabilizzazione dei precari a partire dal pubblico impiego
4. Politiche specifiche per l’occupazione femminile e per l’occupazione giovanile.
5. La difesa dei posti di lavoro con una legge che preveda il blocco temporaneo dei licenziamenti e il contrasto alle delocalizzazioni.
6. Il reddito minimo garantito per disoccupati, intermittenti, inoccupati; prevedere per legge un salario orario minimo per le lavoratrici e i lavoratori per i quali non vige il contratto nazionale.
7. La crescita di salari, stipendi, pensioni, attraverso il ripristino di meccanismi automatici di difesa dall’inflazione, una riforma fiscale che riduca il prelievo sui redditi medio/bassi ed attraverso l’azione redistributiva della contrattazione collettiva.
8. L’attribuzione ai migranti di uguali diritti e condizioni di lavoro con i cittadini italiani. Per questo è necessaria l’abrogazione della Bossi-Fini, la regolarizzazione dei migranti che denunciano la loro condizione di lavoro nero.
9. Una legge che garantisca la democrazia nei luoghi di lavoro, secondo la proposta di iniziativa popolare della Fiom; il sostegno al rinnovo delle RSU nel Pubblico Impiego, come richiesto dalla Cgil e dai sindacati di base.
10. La cancellazione della “legge Brunetta”, che oltre a penalizzare le lavoratrici e i lavoratori pubblici, a legiferare il rapporto di lavoro e a cancellare il CCNL, ha l’obiettivo di minare lo stato sociale.
11. Il pieno recupero delle tutele volte all’inserimento lavorativo delle persone disabili.
12. Di lottare per il ripristino nella sua integrità della Legge 81/08 (T.U. sicurezza sul lavoro) per fermare lo stillicidio delle morti e degli infortuni sul lavoro.
VI CONGRESSO
NAZIONALE
DEL
PARTITO dei
COMUNISTI ITALIANI
Rimini, 28-29-30 ottobre
www.pdci.it – www.comunistiitaliani-ferrara.it www.fgcife.wordpress.com

La parabola politica di Berlusconi sembra volgere alla fine. Il processo di rottura tra le destre e il blocco sociale – ceti intermedi e popolari, imprese – che per 17 anni le ha sostenute è ormai irrimediabilmente avviato. Perfino i temi securitari che fanno leva sulla paura per parlare al ventre più reazionario del Paese, non riescono più a produrre consenso. Il voto amministrativo, con le vittorie straordinarie di Milano e Napoli, ha clamorosamente dimostrato questa crisi.
Battere le destre
I comunisti vogliono concorrere all’alleanza delle forze democratiche per sconfiggere Berlusconi. È questa una scelta che sta pienamente dentro la cultura politica e la storia dei comunisti italiani.
La cifra dei comunisti in Italia è stata, infatti, sempre quella di una politica delle alleanze per offrire risposte concrete ai problemi del Paese. I comunisti hanno sempre saputo dare il loro contributo, spesso determinante, per sconfiggere quello che di volta in volta era il nemico principale delle classi subalterne.
Unire la sinistra
Fuori dal Parlamento nazionale, a dar retta ai grandi mezzi d’informazione, la sinistra sembra essere scomparsa anche dal Paese. Non è così. La sinistra c’è. È viva anzitutto nella società, nelle lotte, nelle vertenze, nei movimenti. Questo popolo stenta, però, a pesare nella vita sociale e politica perché diviso, frammentato. È dunque necessaria la costruzione di un patto d’unità d’azione a sinistra, partendo dal sociale, dalle questioni concrete, non dal politicismo. Noi questo percorso l’abbiamo già iniziato attraverso la Federazione della Sinistra. Bisogna rafforzarla e metterla a disposizione di un’unità della sinistra più ampia.
Ricostruire il partito comunista
Noi proponiamo la ricostruzione di un unico partito comunista – dentro l’unità della sinistra – che nasca anzitutto dal superamento del Prc e del PdCI e da una capacità di attrazione dei confronti di un mondo vasto di comunisti senza tessera e senza partito.
Questo processo di ricostruzione vuole dar vita ad un partito comunista unitario e autonomo in grado di rilanciare il nostro progetto strategico del superamento del capitalismo e della trasformazione socialista della società, innalzando progressivamente il livello di coscienza di classe, con una linea adeguata di alleanze sociali e politiche, e modificando i rapporti di forza e gli equilibri di potere complessivi nella società e nello Stato.
VI CONGRESSO
NAZIONALE
DEL
PARTITO dei
COMUNISTI ITALIANI
Rimini, 28-29-30 ottobre
www.pdci.it – www.comunistiitaliani-ferrara.it – www.fgcife.wordpress.com
di Costanzo Preve
1. Ho recentemente aderito ad una manifestazione e ho firmato un appello per la richiesta di dimissioni di Napolitano, Berlusconi, La Russa e Frattini per violazione della Costituzione a causa del nostro intervento in Libia. So perfettamente che si tratta di un atto simbolico perfettamente inutile. Come ha scritto Brecht, “anche l’ira contro l’ingiustizia rende roca la voce”. Sarebbe facile insolentire l’unanimità guerresca che ha unito sinistra e destra, estrema sinistra ed estrema destra, ex comunisti ed ex fascisti (qui la coppia Napolitano/La Russa è assolutamente impagabile, per chi studiasse il cosiddetto “trasformismo” fuori dai libri di scuola). Cerco di non farmi sopraffare dall’indignazione e mi limito ad offrire qualche spunto per la riflessione.
2. Troppe cose non sono ancora note e si sapranno forse solo nei prossimi anni. Quanto è durata e quando è cominciata la preparazione dei servizi segreti francesi e inglesi in Cirenaica e nella zona berbera della Tripolitania? Quanto è contata la collaborazione fra la strega sionista Hillary Clinton ed il seppellitore del gaullismo Nicolas Sarkozy per spingere il (forse) riluttante Obama a dare il semaforo verde all’intervento armato? Come è stato possibile ingannare Russia e Cina all’ONU per dare via libera all’ipocrita no fly-zone, o quanto invece c’è stata sporca connivenza? Che nel caso ci fosse veramente stata, farebbe cadere tutte le speranze sul BRICS e sulla politica eurasiatista? Vorrei saperne di più, ed invece non lo so.
3. Dal momento che sono uno studioso esperto di storia della filosofia, non cesso di stupirmi per la facilità con cui la legittimazione della guerra è passata dalla dottrina della “guerra giusta” alla dottrina del cosiddetto “intervento umanitario”. Risparmio al lettore possibili dotte ricostruzioni di questa storia. Inizialmente, la guerra giusta era la guerra giustificata dalla necessità di esportare il cristianesimo, ed era pertanto una guerra di “crociata”. Poi la guerra giusta diventò la guerra in difesa della patria invasa (in latino pro aris et focis), ma è chiaro che in questo modo l’attacco preventivo può essere fatto ipocritamente passare per guerra di difesa.
L’apparente successo del pacifismo nell’ultimo cinquantennio non deve trarre in inganno. Esso è sempre stato una protesta contro lo “sterminismo nucleare”, per cui, se si poteva fare una guerra senza l’uso di bombe nucleari, la guerra era rilegittimata (Norberto Bobbio per Iraq 1991 e Jugoslavia 1999). I riti pecoreschi e ipocriti delle cosiddette Marce della Pace di Assisi sono sempre e solo stati cerimonie istituzionali, in cui al belare rituale si accompagnava sempre l’esecrazione per i dittatori e la possibilità di esportare i diritti umani.
Nella storia dell’umanità, è raro che si siano condotte guerre sulla base delle carte fornite dallo stato maggiore nemico. Invece gli ultimi trent’anni ci hanno fatto assistere a questo kafkiano paradosso. I pacifisti belavano richieste ritmate di sostituire alle armi i diritti umani, proprio quando gli stessi produttori di armi scrivevano sui loro missili “peace is our profession”, e i contingenti di invasori venivano ribattezzati “contingenti di pace”.
Tutto questo, ovviamente, è ampiamente noto. Bisogna però chiedersi, al di fuori di tutti gli identitarismi di partito o di schieramento, come sia stato possibile nell’arco di pochi decenni il passaggio della Grande Menzogna, dalla guerra giusta all’intervento umanitario, reso più facile anche dal passaggio dalla leva militare obbligatoria (che richiedeva motivazioni di manipolazione ideologica allargata) al mestiere di professionista delle armi (con donne comprese), che è compatibile con strategie ideologiche meno sofisticate (si pensi alla trasmissione di Sky-tv denominata Herat-Italia, senza dimenticare chi è Murdoch, il miliardario sionista padrone di Sky).
4. Secondo il modello mediatico pubblicitario americano, oggi le guerre vengono “vendute” alla cosiddetta “opinione pubblica” in forma personalizzata, attraverso la personalizzazione diabolica e demonizzante del “Sanguinario Dittatore”. Qui il copione si ripete. Nel 1999 il sanguinario dittatore era il serbo Milosevic (ribattezzato Hitlerovic in una oscena copertina de “l’Espresso”, la nave ammiraglia del gruppo Scalfari-De Benedetti), nel 2003 Saddam Hussein, ed ora nel 2011 il sanguinario dittatore è Gheddafi. Questo ritorno personalizzato del sanguinario dittatore deve far riflettere. Tutto questo è certamente legato al medium televisivo che richiede icone facilmente riconoscibili, ma non basta.
Il dittatore sanguinario è anche un’estrema metamorfosi degenerativa dell’immaginario antifascista della seconda guerra mondiale. L’immaginario antifascista partiva bensì dalla triade diabolica personalizzata dei tre grandi dittatori (nell’ordine di malvagità, Hitler, Mussolini e Franco), ma non si limitava certamente a quest’ultima, perché si aggiungeva il socialismo, il comunismo, la lotta al colonialismo, al razzismo, all’imperialismo, eccetera. Dopo la catastrofe del triennio 1989-1991 e la vittoria tennistica nei circoli universitari del paradigma del Totalitarismo di Hannah Arendt, tutti questi elementi sono stati spazzati via, ed è rimasto soltanto lo stereotipo del sanguinario dittatore, se possibile con le sue ville con i rubinetti d’oro e le vasche Jacuzzi rivestite di pelle umana.
Questo potrebbe in parte spiegare la totale resa della cultura di “sinistra” al modello del sanguinario dittatore. Perfino Samir Amin (Cfr. “il manifesto”, 31 agosto 2011), pur condannando l’intervento NATO e diagnosticando con precisione le ragioni “imperialistiche” della guerra di Libia, sente il bisogno di infierire sullo sconfitto qualificando Gheddafi come “buffone”. Sono contrario a infierire sul vinto, magari con motivazioni pseudo-marxiste. Non mi interessa correggere con la matita blu le ingenuità del Libro Verde o sanzionare gli indubbi elementi kitsch del suo comportamento. Gheddafi è stato ed è un grande patriota ed un combattente antimperialista, panarabo e panafricanista, mille volte superiore ai cani e ai porci che linciano i neri e che hanno vinto esclusivamente per i bombardamenti NATO.
5. La vergogna della cultura di sinistra a proposito della guerra di Libia è stata tale da essere quasi difficile da descrivere. Tutti si sono fatti babbionare dalla retorica sulla “primavera araba” sponsorizzata dall’emiro del Qatar e da Al Jazeera. Il fatto è che questa “cultura di sinistra” (esemplare è il giornale “il manifesto”, di cui “Liberazione” è soltanto una variante sindacalistica) è ormai soltanto una variante radicale dell’individualismo di sinistra post-sessantottino, indubbiamente post-borghese, ma anche e soprattutto ultra-capitalistica.
In questa vergogna si è particolarmente distinto il trotzkismo, in tutte le sue varianti, da Sinistra Critica al Partito Comunista dei Lavoratori (Ferrando) al Partito di Alternativa Comunista (Ricci). Tutti costoro hanno inneggiato alla stupenda rivolta delle masse libiche, che essendo però prive di un buon partito rivoluzionario trotzkista, hanno visto “scippata” la loro magnifica vittoria dall’intervento NATO.
Qui la coglionaggine dottrinaria ha celebrato in solitudine il suo massimo trionfo. I residui dogmatici del trotzkismo vogliono sempre una rivoluzione “pura”, anzi purissima, perché se non è pura è sempre bonapartista, burocratica, “campista” (Castro, Chavez, eccetera). Questi sventurati mi ricordano un frustrato che, non potendo sposare la donna più bella del mondo, la sola che avrebbe voluto sposare, si rinchiude in bagno a masturbarsi sognando questa Venere ideale. Miserabili! La NATO, i sionisti e gli USA massacrano un combattente antimperialista, e questi sciocchi inneggiano alla caduta del dittatore sanguinario!
6. Non ce l’ho assolutamente con Napolitano e gli ex PCI. Si sono riciclati bene, nel 1956 erano con l’URSS ed oggi nel 2011 sono con gli USA. Dal momento che non li ho mai stimati in precedenza, non mi hanno neppure deluso. I soli che hanno mantenuto un atteggiamento onesto sono stati i collaboratori de “l’Ernesto” (oggi Marx XXI), ma costoro sono gli stessi che per anti-berlusconismo vogliono allearsi con Bersani e Napolitano, cioè con i bombardatori della Libia. Lo spieghino ai loro militanti, e se riescono a farlo bisogna concludere che i loro militanti non sono militanti, ma militonti.
Il vero problema è quello di fare ipotesi sulle cosiddette “primavere arabe”. Come ha detto argutamente Zygmunt Bauman in una intervista a La Stampa, la cosa interessante sarà l’estate araba, perché la primavera è già passata. Per ora siamo nel campo delle ipotesi. Credo che in un certo senso il 2011 arabo sia, venti anni dopo, il corrispondente del 1991 sovietico. Il 1991 sovietico chiudeva il ciclo delle rivoluzioni comuniste novecentesche nel loro aspetto di rivoluzioni operaie e proletarie (burocraticamente degenerate o meno, questa è un’altra storia), attraverso una maestosa controrivoluzione restauratrice delle nuove classi medie cresciute all’interno dello stesso apparato formalmente “comunista”. Il 2011 arabo chiude il ciclo delle rivoluzioni nazionaliste arabe a partire dal 1945 (nasserismo egiziano, gheddafismo libico, baathismo iracheno e siriano, eccetera), in cui le nuove classi borghesi favorite dallo stesso dispotismo partitico-militare precedente si sono ora autonomizzate, e cercano un rapporto diretto e non militarmente mediato con la grande globalizzazione finanziaria capitalistica.
Mi sbaglio? Sono troppo pessimista? Il futuro ce lo dirà presto.
Torino, 3 settembre 2011
http://domenicolosurdo.blogspot.com/
Domenico Losurdo
Ormai persino i ciechi possono essere in grado di vedere e di capire quello che sta avvenendo in Libia:
1. E’ in atto una guerra promossa e scatenata dalla Nato. Tale verità finisce col filtrare sugli stessi organi di «informazione» borghesi. Su «La Stampa» del 25 agosto Lucia Annunziata scrive: è una guerra «tutta “esterna”, cioè fatta dalle forze Nato»; è il «sistema occidentale, che ha promosso la guerra contro Gheddafi». Una vignetta dell’«International Herald Tribune» del 24 agosto ci fa vedere «ribelli» che esultano, ma stando comodamente a cavallo di un aereo che porta impresso lo stemma della Nato.
2. Si tratta di una guerra preparata da lungo tempo. Il «Sunday Mirror» del 20 marzo ha rivelato che già «tre settimane» prima della risoluzione dell’Onu erano all’opera in Libia «centinaia» di soldati britannici, inquadrati in uno dei corpi militari più sofisticati e più temuti del mondo (SAS). Rivelazioni o ammissioni analoghe si possono leggere sull’«International Herald Tribune» del 31 marzo, a proposito della presenza di «piccoli gruppi della Cia» e di «un’ampia forza occidentale in azione nell’ombra», sempre «prima dello scoppio delle ostilità il 19 marzo».
3. Questa guerra non ha nulla a che fare con la protezione dei diritti umani. Nell’articolo già citato, Lucia Annunziata osserva angosciata: «La Nato che ha raggiunto la vittoria non è la stessa entità che ha avviato la guerra». Nel frattempo, l’Occidente è gravemente indebolito dalla crisi economica; riuscirà a mantenere il controllo su un continente che sempre più avverte il richiamo delle «nazioni non occidentali» e in particolare della Cina? D’altro canto, lo stesso quotidiano che ospita l’articolo di Annunziata, «La Stampa», si apre il 26 agosto con un titolo a tutta pagina: «Nuova Libia, sfida Italia-Francia». Per chi ancora non avesse compreso di che tipo di sfida si tratta, l’editoriale di Paolo Baroni (Duello all’ultimo affare) chiarisce: dall’inizio delle operazioni belliche, caratterizzate dal frenetico attivismo di Sarkozy, «si è subito capito che la guerra contro il Colonnello si sarebbe trasformata in un conflitto di tutt’altro tipo: Guerra economica, con un nuovo avversario, l’Italia ovviamente».
4. Promossa per motivi abietti, la guerra viene condotta in modo criminale. Mi limito solo ad alcuni dettagli ripresi da un quotidiano insospettabile. L’«International Herald Tribune» del 26 agosto, con un articolo di K. Fahim e R. Gladstone riporta: «In un accampamento al centro di Tripoli sono stati ritrovati i corpi crivellati di proiettili di più 30 combattenti pro-Gheddafi. Almeno due erano legati con manette di plastica, e ciò lascia pensare che abbiano subito un’esecuzione. Di questi morti cinque sono stati trovati in un ospedale da campo; uno era su un’ambulanza, steso su una barella e allacciato con una cinghia e con una flebo intravenosa ancora al suo braccio».
5. Barbara come tutte le guerre coloniali, l’attuale guerra contro la Libia dimostra l’ulteriore imbarbarimento dell’imperialismo. In passato innumerevoli sono stati i tentativi della Cia di assassinare Fidel Castro, ma questi tentativi erano condotti in segreto, con un senso se non di vergogna, comunque di timore per le possibili reazioni dell’opinione pubblica internazionale. Oggi, invece, assassinare Gheddafi o altri capi di Stato sgraditi all’Occidente è un diritto proclamato apertamente. Il «Corriere della Sera» del 26 agosto 2011 titola trionfalmente: «Caccia a Gheddafi e ai figli casa per casa». Mentre scrivo, i Tornados britannici, avvalendosi anche della collaborazione e delle informazioni fornite dalla Francia, sono impegnati a bombardare Sirte e a sterminare un’intera famiglia.
6. Non meno barbara della guerra, è stata ed è la campagna di disinformazione. Senza alcun senso del pudore, la Nato ha martellato sistematicamente la menzogna secondo cui le sue operazioni belliche miravano solo alla protezione dei civili! E la stampa, la «libera» stampa occidentale? A suo tempo essa ha pubblicato con evidenza la «notizia», secondo cui Gheddafi riempiva i suoi soldati di viagra in modo che più agevolmente potessero commettere stupri di massa. Questa «notizia» cadeva rapidamente nel ridicolo, ed ecco allora un’altra «notizia», secondo cui i soldati libici sparano sui bambini. Non viene addotta alcuna prova, non c’è alcun riferimento a tempi e a luoghi determinati, alcun rinvio a questa o a quella fonte: l’importante è criminalizzare il nemico da annientare.
7. A suo tempo Mussolini presentò l’aggressione fascista contro l’Etiopia come una campagna per liberare quel paese dalla piaga della schiavitù; oggi la Nato presenta la sua aggressione contro la Libia come una campagna per la diffusione della democrazia. A suo tempo Mussolini non si stancava di tuonare contro l’imperatore etiopico Hailè Selassié quale «Negus dei negrieri»; oggi la Nato esprime il suo disprezzo per Gheddafi «il dittatore». Come non cambia la natura guerrafondaia dell’imperialismo, così le sue tecniche di manipolazione rivelano significativi elementi di continuità. Al fine di chiarire chi oggi realmente esercita la dittatura a livello planetario, piuttosto che Marx o Lenin, voglio citare Immanuel Kant. Nello scritto del 1798 (Il conflitto delle facoltà), egli scrive: «Cos’è un monarca assoluto? E’ colui che quando comanda: “la guerra deve essere”, la guerra in effetti segue». Argomentando in tal modo, Kant prendeva di mira in particolare l’Inghilterra del suo tempo, senza lasciarsi ingannare dalle forme «liberali» di quel paese. E’ una lezione di cui far tesoro: i «monarchi assoluti» del nostro tempo, i tiranni e dittatori planetari del nostro tempo siedono a Washington, a Bruxelles e nelle più importanti capitali occidentali.
Il 6 settembre partecipa allo SCIOPEROGENERALE e alla MANIFESTAZIONE !
PiazzaTrento e Trieste – ore 10.30
corteo da piazza Travaglio (Porta Paola), ore 9.00


Il modo di agire e le misure di questo goveno sono folli e per di più inefficaci. Per quanto riguarda i diritti universali, e quindi quella grande conquista che è lo stato sociale, si torna indietro di 70 anni. E per di più il tutto è condito da attacchi indecenti alla Costituzione che sono propri di chi la Costituzione non la conosce. Abbiamo a che fare con un capitalismo in crisi che ha una classe dirigente inadeguata e ignorante. E infatti non sa andare se non nella direzione di sempre: rendere i poveri sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi. Diranno che ripetiamo la solita solfa, ma non c’è alternativa alle elezioni anticipate. Governi diversi, comunque li si chiamino – istituzionali, tecnici, quant’altro – sarebbero composti da chi ha portato il Paese alla rovina e sarebbero nei fatti guidati dai capitali finanziari nazionali e intenazionali a cui questo capitalismo fallimentare si ispira. Elezioni subito, dunque: ne va del futuro dell’Italia.
Nella nostra provincia una sola vittima di infortunio. Bassa l’incidenza sul totale degli occupati
La morte sul lavoro non conosce pause estive. E così continuano a spezzarsi vite specie nei campi e nei cantieri da Nord a Sud del Paese. Rispetto alla situazione generale, tuttavia, a Ferrara l’incidenza delle morti bianche risulta minore rispetto a buona parte dell’Italia. Secondo i dati diffusi dall’Osservatorio Sicurezza sul Lavoro di Vega Engineering di Mestre, che da oltre due decenni lavora nel settore della formazione e della sicurezza, nella nostra provincia, al 31 luglio di quest’anno in provincia di Ferrara si è avuto un solo caso di infortunio mortale sul lavoro, con un’incidenza sul numero totale degli occupati (158.554 al 2009) che ci colloca all’89° posto di questa tragica classifica.
Ferrara è dunque nelle posizioni più basse, ma in Italia nei primi sette mesi dell’anno a perdere la vita nei luoghi di lavoro sono state 301 persone. 46 le vittime rilevate solo nel mese di luglio. Rispetto al periodo gennaio – luglio del 2010 quando le morti bianche registrate erano 280, quest’anno l’incremento segnalato è del 7,5 per cento.
In Lombardia le vittime sono 44, 25 quelle in Emilia Romagna e in Veneto, 24 in Piemonte, 23 in Sicilia e 22 in Toscana; 19 le morti bianche della Puglia, 17 quelle di Abruzzo e Campania e 13 nel Lazio. Minore, ma non esorcizzata, la tragedia di Molise e Valle D’Aosta (4 vittime), della Basilicata (5) e dell’Umbria (6).
E ancora: sono sette le morti registrate in Friuli Venezia Giulia, otto nelle Marche e in Calabria, nove in Liguria, dieci in Trentino Alto Adige e 11 in Sardegna.
Passando poi al bilancio delle morti bianche rispetto alla popolazione ‘occupata’ l’Osservatorio Sicurezza sul Lavoro di Vega Engineering fa emergere un’altra fotografia dell’emergenza. Tant’è che a salire in cima alla classifica è la Valle D’Aosta che fa rilevare un indice di incidenza sugli occupati pari a 70,9 contro una media nazionale di 19,3 (quella di Ferrara è del 6,3); secondo il Molise con un indice di 36,1, terzo l’Abruzzo (34,4), quarta la Basilicata (26,2) e quinto il Trentino (21,4).
Stanno sotto alla media nazionale come sempre i valori della maggior parte delle regioni che sono in cima alla graduatoria in termini assoluti. Ecco quindi che l’indice della Lombardia è pari a 10,2, a 12,8 quello dell’Emilia Romagna, a 12,9 quello del Piemonte, a 11,8 quello del Veneto, a 15,7 quello della Sicilia, a 14 quello della Toscana. Il più basso in assoluto invece viene attribuito al Lazio (5,8).
Sul fronte dell’analisi dell’Osservatorio mestrino per macroaree italiane, il rapporto tra morti bianche e popolazione occupata più elevato viene registrato nelle Isole (16,5), seguito da quello del Nordest (13,6), dal Sud (13,5), dal Centro (12,9) e dal Nordovest (11,8).
Milano prosegue a tenere le fila delle province con 11 vittime del lavoro, seguita da Torino (9), Bolzano Bologna e Brescia (8), Chieti e Lecce (7), L’Aquila, Savona, Cagliari e Napoli (6), Rovigo, Messina, Venezia, Palermo e Roma (5).
Volgendo nuovamente lo sguardo alle incidenze è Aosta a far emergere il risultato peggiore con un indice pari a 70,9, seguita da L’Aquila (53,9) e da Gorizia (52,4). Quarta è Savona (51,3) e quinta è Campobasso (51,1).
L’agricoltura rimane il settore più colpito con quasi il 39 per cento delle morti bianche registrate da Vega Engineering nei primi sette mesi dell’anno, seguita dal settore delle costruzioni (22,9 per cento delle vittime).
Mentre relativamente meno preoccupanti sono le percentuali delle vittime del lavoro registrate nel commercio all’ingrosso e al dettaglio e nelle attività artigianali (13,6 per cento), nei trasporti, magazzinaggi e comunicazioni (5,6 per cento), nei servizi (3,7 per cento), nella produzione distribuzione manutenzione di energia elettrica, acqua e gas (3 per cento); nello smaltimento rifiuti (2 per cento). E ancora l’1,7 per cento nelle industrie estrattive, l’1,3 per cento nella produzione e lavorazione dei metalli e l’1 per cento nell’industria alimentare e degli autoveicoli.
Rimane ancorata al primo posto tra le cause di morte, la caduta dall’alto con il 24,6 per cento del totale delle morti bianche. Seguita dal ribaltamento di un veicolo o di un mezzo in movimento (22,3 per cento dei casi), e dallo schiacciamento dovuto alla caduta di oggetti pesanti sulle vittime (20,3 per cento). Per investimento di mezzo semovente è deceduto il 6 per cento dei lavoratori e per contatto con organi lavoratori in movimento il 5,6 per cento. Il 5 per cento a causa di un tragico contatto con oggetti o mezzi in movimento.
L’esplosione è stata la causa di morte nel 2 per cento dei casi, l’incendio così come il contatto elettrico nelll’1,7 per cento degli eventi mortali.
Tra le 301 croci sul lavoro in Italia le donne sono 7. Una per ogni mese dell’anno. Mentre gli stranieri sono 38, vale a dire il 12,7 per cento del totale. Rumeni ed albanesi sono sempre maggiormente coinvolti nel dramma. Ma l’epigrafe degli stranieri si allunga con serbi, indiani e marocchini.
Per la prima volta dall’inizio dell’anno la fascia d’età più a rischio è quella dei cinquantenni (fino ad ora erano i quarantenni quelli più colpiti). Così le vittime tra i 50 e i 59 anni nei primi sette mesi dell’anno sono 71 e rappresentano il 23,7 per cento delle morti bianche. Seguono quindi i quarantenni (67 vittime) e i trentenni (50). Gli ultrasessantenni deceduti sul lavoro sono 80.
Martedì e giovedì i giorni neri della settimana, quelli in cui si muore di più e quelli in cui si conta oltre il 35 per cento degli incidenti mortali.
da estense.com